Il padrino – racconto di Antonio Marroncelli

Scritto da Redazione il 24 gennaio 2012. Inserito in Costume e Società

Compare Peppino, detto “ il Romano”, era il padrino di cresima di mio padre. Era un uomo alto e snello con capelli radi e lisci ben pettinati, con baffi ricurvi fino a toccare i lobi delle orecchie, naso affilato e leggermente aquilino, il viso segnato da rughe normali per la sua età avanzata. Procedeva con andatura serena e dinoccolata da uomo vissuto e sicuro di sé. Era un solitario, normalmente poco incline alla confidenza, ma incontrarlo destava rispetto. Al saluto egli atteggiava il viso e gli occhi ad un certo sorriso accattivante e contenuto, quel tanto da rendersi espressivo ed accogliente. Pur facendo il contadino vestiva in modo ricercato. Calzava sempre stivaletti, pantaloni e gilé di velluto scuro, camicia a righe verticali senza colletto, una giacca leggermente più lunga del solito con molte tasche, un cappello a falde larghe.        …(continua)

Somigliava ad un tipico personaggio stile ‘vecchia America’ che oggi siamo abituati a vedere nei cinema. Gli mancava solo il cinturone con le pistole pendenti ai fianchi. Egli in gioventù era stato in America con tutto il resto della famiglia.

Era tornato in paese da solo e con i risparmi accumulati acquistò delle proprietà terriere ed una casa. Si sposò con una paesana ma non ebbero figli. La coppia viveva in una casa molto ampia e lunga, ai margini di un piccolo borgo di contadini, nel bel mezzo di un fitto bosco di querce e attorniata da tutte le necessarie pertinenze. Aveva una giumenta molto in carne con un liscio mantello di un bel colore nero con riflessi violacei, con una criniera foltissima e la coda lunga. Quando l’animale veniva condotto fuori dalla stalla era uno spettacolo a vederlo, con la criniera e la coda adornate da numerose trecce da cui pendevano fiocchi e nastri rossi di lana e campanelli rotondi di ottone che si muovevano e risuonavano al ritmo dei passi. Era credenza diffusa che tutto ciò fosse opera delle streghe che in determinate notti dell’anno venivano a prelevare la giumenta e la preparavano così per la celebrazione di misteriosi riti di magia.

Peppino non smentiva e lasciava credere, contribuendo così al diffondersi ed al consolidarsi dell’improbabile storia. Egli non frequentava altre persone, non aveva amici e i parenti erano tutti in America. Era solo e conduceva diligentemente la vita da contadino, ma era fin troppo evidente che nella sua mente dominavano altri pensieri ed altri ricordi degli anni trascorsi in altre misteriose occupazioni.

Per pochi privilegiati egli aveva accettato di fare il padrino e mio padre era uno di questi.

Era dovere canonico che ad ogni ricorrenza, della Pasqua, del Natale e di altre festività, i figliocci si recassero ad ossequiarlo portandogli chi un dolce fatto in casa, chi un fiasco di buon vino. La visita avveniva sempre nelle ore serali, dopo che tutti avevano atteso alle ultime incombenze della giornata. Ogni volta mio padre mi portava con sé. Ricordo che entravamo nella cucina, che a me sembrava molto grande, dove vi erano tutti i mobili e le attrezzature tipiche dell’epoca.

L’ambiente era scarsamente illuminato e le fiamme del focolare si innalzavano sotto una grande cappa. Compare Peppino era seduto attorno al fuoco e fumava il tabacco da una pipa in terracotta montata su una cannuccia lunga e ricurva, mentre la moglie vagava discreta e quasi invisibile intenta a rassettare la cucina.

Dopo i convenevoli eravamo invitati a sedere presso il focolare e mio padre e il compare iniziavano a discorrere del più e del meno mentre io ascoltavo ed osservavo le fiammelle che si innalzavano da un ceppo di quercia. Il compare  diveniva  insolitamente molto loquace e parlava e si accalorava su argomenti di politica e mio padre assentiva in continuazione. Come volesse dare maggiore forza ai suoi discorsi cavava fuori dalla tasca del gilé un occhialino con piccole lenti ovali montate su una sottile armatura argentea, se lo poneva sulla punta del naso e iniziava a leggere e a commentare un foglio ingiallito di un vecchio giornale.

Dall’espressione del viso si vedeva che era soddisfatto e compiaciuto di avere finalmente trovato ascolto e condivisione, cosa che gli accadeva di rado, e forse riviveva nella mente squarci di vita trascorsi sotto altri cieli. Nella successiva ricorrenza la visita aveva lo stesso sviluppo e il copione si svolgeva come in precedenza. A me non sfuggì che egli leggeva e commentava sempre lo stesso foglio di giornale. Era il segnale che compare Peppino restava ancorato ai ricordi del periodo della vita trascorso in America e che non aveva in cuor suo mai accettato di fare il contadino, pur facendo del suo meglio per apparire ciò che non era.

Quando l’età avanzò e le forze vennero meno non fu più in grado di recarsi nei campi. Oramai erano due vecchi soli e sofferenti, senza parenti, e le visite dei figliocci divennero sempre più frequenti, ma il padrino non era più loquace, era tornato al suo mutismo e ai sogni lontani ed impossibili.

Quando una mattina non si risvegliò i primi ad accorrere al suo capezzale furono mio padre ed un altro figlioccio, i quali si incaricarono della vestizione e della preparazione per l’ultimo viaggio senza ritorno.

Antonio Marroncelli

 

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