L’apnea di zi’ Gabriele – di Antonio Marroncelli

Scritto da Redazione il 16 gennaio 2012. Inserito in Costume e Società

Pubblichiamo alcuni racconti inviatoci dal sig. Antonio.

Antonio Marroncelli è nato a Guardiagrele (CH) nella borgata Raselli il 27 giugno del 1933 da Carmine e da Rosolina Di Crescenzo. Diplomato perito industriale – ramo elettrotecnica – nell’Istituto Industriale “Luigi di Savoia” di Chieti nel 1954.
Vive a Caserta dove ha concluso l’attività lavorativa.

“Sono racconti, alcuni autobiografici, alcuni vissuti osservando gli avvenimenti di quegli anni tragici tra il 1940 e il 1950, qualche riflessione su fatti di cronaca, qualche sogno ricorrente. Sono storie che raccontano le vicende di alcune persone e sono pervase di una comune nota tragica perché la vita allora non offriva altro. Non vi racconto storie allegre né felici perché quello fu un periodo di assenza di allegria e di felicità.”

Correvano gli anni trenta. Siamo in un paese di contadini e montanari dove le famiglie vivevano dei prodotti dei campi e del commercio di legname da ardere. La legna, in quel tempo, era l’unica risorsa per cucinare e riscaldarsi. Dire paese non rende correttamente l’idea; in realtà si trattava di un piccolo agglomerato, nient’affatto omogeneo, di costruzioni in pietra ad uno o più piani a seconda da dove li si osservava.  …(continua)


Le case sorgevano abbarbicate su una zona scoscesa che segnava il dislivello tra due aree pianeggianti e, pertanto, una parte di esse era addossata al terreno semiroccioso.
Viottoli scoscesi e acciottolati costituivano le mulattiere che collegavano le varie case alla strada che portava, da un lato verso i monti e dal lato opposto verso il centro del paese.
In estate l’ambiente era torrido e polveroso e in inverno diventava impraticabile a causa della neve e del ghiaccio.
Può sembrare una descrizione immaginaria, invece era cruda realtà.

Era estate piena, le famiglie erano a lavoro nei campi e i bambini, in età prescolastica, trascorrevano il loro tempo in questo ambiente inventandosi poveri giochi tra le pietre. Alcuni, seduti sui muretti di pietra a secco, osservavano il volo delle rondini che, instancabili e veloci, disegnavano cerchi concentrici nel cielo azzurro sopra le loro teste. Oltre a qualche lucertola e a qualche gallina non vi era altro che si muovesse nelle prime e calde ore della giornata.

Nell’appressarsi del mezzogiorno ritornavano i montanari e le donne addette alla preparazione del pasto quotidiano e l’ambiente iniziava a rianimarsi. Il gruppetto di ragazzi osservava interessato le figure di un uomo e di un mulo carico di legna che, su per la mulattiera, si avvicinavano con passi lenti e barcollanti alle case.

Era zì Gabriele con il suo mulo.
Egli viveva con la moglie in una delle povere case del borgo. Avevano anche una figlia adottiva che da qualche tempo era andata sposa. Le persone anziane, in segno di rispetto, erano tutte chiamate con l’appellativo di Zio.

Zì Gabriele era un omone alto e grosso con un viso rubicondo e sanguigno, con la barba ispida e bianca così come i capelli, abbondanti e arruffati. Vestiva sempre un pantalone di robusto panno scuro sostenuto alla vita da una larga fascia di colore rosso e una camicia di tela grigia senza collo. Sulla camicia aveva un panciotto di velluto nero, ai piedi un paio di stivaletti chiodati di cuoio fatti su misura. La pancia e lo stomaco debordavano prepotentemente da sotto il panciotto. I movimenti erano lenti e faticosi e il respiro affannoso.

Zì Gabriele non aveva mai lavorato la poca terra che possedeva; a ciò era addetta la moglie. Egli aveva un mulo con il quale condivideva la sua esistenza da montanaro. Si levava quando era ancora notte e si avviava con passo lento verso la montagna in compagnia del mulo. Ritornava all’ora di pranzo con un carico di legna. Scaricata e sistemata la legna si dedicava alla cura dell’animale nella stalla sotto la cucina. Risaliva i gradini verso casa, si lavava le mani e ancora bagnate le passava sulla barba ispida e sudata e si sedeva in cucina in attesa.

In cucina, già da qualche ora, la moglie era alle prese con la preparazione del pasto, che a quel tempo era costituito prevalentemente da fettuccine fatte in casa, con farina e acqua, condite con salsa di conserva di pomodori e peperone rosso e, qualche volta, con fagioli e parte dell’acqua della cottura, sicché il tutto si presentava molto brodoso.

La moglie era tutto il contrario del marito: alta, smilza, segaligna con una grande gonna a campana fino a toccare terra, con un grosso fazzoletto scuro in testa a contenere i molti capelli grigi e disordinati, un viso lungo, un naso lungo e appuntito e una bocca grande e priva di denti. I suoi movimenti erano rapidi e ovattati e in quella casa si udivano solo i rumori degli arnesi di cucina e il sibilo regolare del respiro di zì Gabriele.

La cucina era un locale dove si accedeva, con tre scalini di pietra viva, direttamente dalla strada. Era di colore scuro da nero fumo, vi era un focolare con una grossa cappa che dominava su tutto, un pavimento in mattoni grezzi di argilla incrostati di nero, un tavolo di legno con alcune sedie e sulla parete traverse in legno a sostegno di pentole, coperchi ed altri oggetti. In un angolo una nicchia ricavata nel muro costituiva l’appoggio di un recipiente in rame, chiamata “conca”, contenente acqua da bere ed un grosso mestolo pure di rame.

Quando il pasto era pronto zì Gabriele si sedeva di traverso sulla sedia presso il tavolo perché l’addome prominente non gli consentiva diversamente. La moglie portava in tavola un grosso recipiente di terracotta smaltata, con l’interno di colore giallo, colmo di “sagne” brodose. Oggi diremmo che poteva bastare per sfamare ben più di due persone ma nel nostro caso non era così; bisogna anche considerare che non si usava il secondo piatto, al massimo si accompagnava con un tocco di focaccia di granturco o di pane azzimo. La moglie porgeva al marito un piatto di ferro smaltato ricolmo ed un cucchiaio anch’esso di ferro.

Zì Gabriele afferrava il piatto con una mano o lo teneva sollevato all’altezza del mento e cominciava a portare cucchiaiate di minestra in bocca succhiando ed ingoiando con gran fracasso. Sembrava che il ritmo delle cucchiaiate non riuscissero a soddisfarne l’appetito. Infatti zì Gabriele, di lì a poco, alzava il piatto all’altezza delle labbra e, imboccatene una parte del bordo, si disponeva in apnea con un gran respiro e con il cucchiaio spingeva in bocca le “sagne” restando in quello stato fino a svuotare il piatto. Alla fine di ogni piatto un grande sospiro echeggiava fino all’esterno della casa.

Un piatto un sospiro, un piatto un sospiro, ……….

Quei ragazzi non avevano nulla, giocavano e si divertivano con niente. Zì Gabriele era la loro televisione.

Antonio Marroncelli


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