Il dramma di Fiore – Antonio Marroncelli

Scritto da Redazione il 18 febbraio 2012. Inserito in Costume e Società

Un padre, una madre, un figlio, un’asina sono i componenti di una famiglia di contadini.
Vivono in un piccolo agglomerato di case irregolari fatte di pietra viva e senza intonaco a ridosso di un piccolo rilievo del terreno. Le case sono collegate tra loro da muri e da cortili in comunione ed un’unica mulattiera con il fondo sconnesso  rasenta le mura e gli ingressi. Ogni abitazione è formata da parti di fabbrica quasi sempre separate e con ingresso indipendente per la stalla, il fienile, la cucina, ecc., sicché la mulattiera assume di fatto le funzioni di area condominiale.   …(continua)

Sono questi i segni che ci raccontano come tanto tempo fa nel luogo vi era un complesso di edifici funzionali alle esigenze di un unico nucleo familiare di contadini.

Ma, come sovente accade, venne il momento in cui tre fratelli, alla dipartita dei vecchi genitori, si divisero la proprietà e si misero a vivere ognuno per proprio conto.

Ogni fratello occupava determinate parti di fabbrica che nella logica avrebbero dovuto essere equivalenti e invece era evidente che i due fratelli maggiori l’avevano fatta da padroni in danno del fratello più piccolo.

A Fiore, fratello minore, era toccato il peggio del fienile, il peggio della stalla, il peggio delle case e il peggio dei terreni.

Ma Fiore non aveva protestato, non lo aveva mai fatto, perché non era in grado di porsi un simile problema che la sua mente ingenua non percepiva nemmeno.

Fiore era analfabeta e di limitato intelletto, era alla mercè dei fratelli i quali da sempre avevano abusato della sua remissività.

In vista della separazione i fratelli l’avevano fatto sposare con una donna di un paese vicino che sembra si chiamasse Maria, ma che tutti chiamavano Moretta a causa del colore della pelle.

Anche Moretta era la più piccola di altre sorelle già sposate. Era analfabeta, piccola di statura, quasi magra, capelli neri e ricci, occhi neri, naso schiacciato, bocca ampia e spremuta come se non avesse i denti, pelle scura. Sembrava una tipica figurina di donna indiana come se ne vedono sui giornali e al cinema.

Era la sola che potesse sposare Fiore e in realtà si accettarono tacitamente a vicenda, forse senza capire più di tanto né l’una né l’altro.

Ebbero un unico figlio che, guarda caso, aveva la carnagione scura ed era piccolo di statura.

La famigliola viveva esclusivamente dei prodotti della terra e ogni mattina si avviava di buon’ora, insieme all’asina, al lavoro nei campi.

La sera, all’imbrunire, un magro e frugale pasto precedeva il riposo notturno.

Il ragazzo iniziò a frequentare la scuola ma non ne voleva sapere di imparare qualcosa, né in ciò poteva sperare in un qualsiasi aiuto da parte dei genitori analfabeti, e il maestro se ne lamentava continuamente con la povera madre.

La poveretta non poteva fare altro che sgridare e rimproverare il figlio, il quale si fece furbo e cominciò ad ingannarla fingendo di leggere ad alta voce, ma in realtà pronunciava solo suoni senza senso che la madre, nella sua ignoranza, non poteva capire.

Quando Fiore cadde e si ruppe un braccio, si manifestò per intero la precarietà e la tragica situazione della famiglia.

Venne ricoverato all’ospedale provinciale e là abbandonato, perché né la moglie né il figlio, ancora piccolo, erano in grado di andare a fargli visita. Non avevano i soldi per pagarsi il viaggio né si posero il problema, non chiesero aiuto; prevalse in loro l’istinto primordiale della sopravvivenza e un inconscio egoismo.

Le deboli forze della piccola e gracile donna non erano in grado di lavorare a sufficienza la terra e il raccolto diminuiva sempre più e le provviste scarseggiavano.

Nessuno dei fratelli mostrava di percepire quanto accadeva sotto i loro occhi e la situazione precipitava sempre più verso l’indigenza.

Un vicino di casa, che allora era studente alle scuole superiori, si recò all’ospedale a far visita a Fiore.

Lo rintracciò in corsia rannicchiato su una brandina con la barba lunga, i capelli incolti e un braccio immobilizzato.

Era quasi irriconoscibile ed emanava un forte odore di sudore acido a causa della scarsa igiene.

Anche qui il povero Fiore trascorreva il tempo in solitudine circondato dalla indifferenza di tutti; non aveva mai fatto un bagno in vita sua.

Non si mostrò sorpreso della visita inaspettata e pronunciò con fatica solo poche parole dalle quali si capiva che era contento di essere in ospedale; almeno qui si mangiava tutti i giorni un buon pasto come mai gli era accaduto nella vita.

Non una domanda sulla moglie e sul figlio e solo gli occhi sbarrati sembravano volessero parlare.

Quando Fiore tornò a casa guarito aveva perso buona parte della funzionalità del braccio e poco poteva fare per il lavoro nei campi.

La famiglia impoveriva sempre di più perché non aveva più la forza per lavorare la propria terra, unica fonte di sostentamento, e non era facile a quei tempi comprendere ciò perché prevaleva l’assunto che essere proprietari di un po’ di terra equivaleva ad essere benestanti.

Senza rendersene conto e nonostante il possesso di sufficienti proprietà Fiore e la sua famiglia diventavano sempre più poveri.

Seguirono anni di indigenza e la povera Moretta diveniva sempre più debole finché, dopo una breve malattia, cessò di soffrire. Il suo cuore affaticato dagli stenti si era improvvisamente fermato.

Restarono soli e sconsolati il povero Fiore e il giovane figlio che ormai era diventato maggiorenne.

Il ragazzo era molto volenteroso e ben presto si procurò un lavoro che gli consentì di risollevare lentamente le sorti della famiglia; sebbene analfabeta sapeva fare di conto, si diceva per indicare una persona molto intelligente.

Sposò una brava donna e le cose cambiarono in meglio; gli stenti del recente passato erano solo dei brutti ricordi.

Fiore non aveva più bisogno di lavorare e trascorreva le giornate occupato nelle piccole incombenze dell’orto e della stalla.

Le cure e le attenzioni della nuora e del figlio avevano prodotto un radicale cambiamento nella sua esistenza.

Vestiva buoni abiti, era abbastanza curato nella persona e sebbene sempre schivo e di poche parole, sembrava finalmente contento.

La Divina Provvidenza non lo aveva dimenticato ed era intervenuta in tempo in suo favore.

Antonio Marroncelli

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