Un lontano mondo di giochi

Scritto da Tonia Orlando il 14 febbraio 2012. Inserito in Costume e Società

Da piccoli ci nutrivamo di storie, era la liturgia dell’incanto. Si rimaneva per ore ad ascoltare parole che, piene di forza, ci stordivano, ci inebriavano. Le parole allontanavano i fantasmi della notte, i mal di pancia, i malocchi, i singhiozzi. Era un’onda cantilenante che ci travolgeva e che a fatica riuscivamo a pronunciare bene, in modo sottomesso. …(continua)

Ascoltavamo ammirati quelle parole sospese, mentre tempravamo, nella limpidezza dei nostri sguardi, la visione del mondo e delle cose. Erano aneddoti, filastrocche, ninne nanne, che facevano parte di un piccolo mondo; formule cadenzate che diventavano insegnamenti capaci di renderci quieti, contenti, molte volte vogliosi di non smettere più. Nella loro povertà formale ed espressiva, si trattava di brevi, monotoni componimenti, che evocavano i movimenti ritmici della pialla, del martello, della culla, del telaio… che finivano per introdurci in uno stato di sonnolenta, piacevole tranquillità.
Erano le ragazze più grandi ad occuparsi dei piccoli. Me le ricordo con i folti capelli annodati a treccia, sorridenti, che indossavano ampie gonne al ginocchio, strette in vita da cinture di stoffe a pallini e i piedi nudi dentro sandaletti sdruciti.
Stimolati a prendere confidenza con la lingua, insieme giocavamo in una gara di antiche tiritere, o suoni nuovi inventati  al momento, con l’esercizio della infantile creatività. Sulla ripetizione di versi e parole, poveri di significato, nascevano intrecci gergali  che si arricchivano di elementi magici, mentre disegnavamo mappe espressive mai percorse prima.
Nelle serate di maggio profumate di rose, giocavamo con una corda fino allo sfinimento, mentre contavamo le girate, in una litania infinita, nell’alternanza delle entrate e delle uscite sotto l’arco della fune in movimento.
I lunghi pomeriggi d’estate, eravamo sull’asfalto cocente della piazzetta, a saltare su una “campana” disegnata per terra con gessetti colorati ,  in continui movimenti del corpo, mentre la bocca e il cuore accompagnavano, senza sosta, il crescendo del gioco.
…Era la nostra, ingenua, quotidiana ritualità.

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