Basilio Cascella: un abruzzese grande

Scritto da Tonia Orlando il 7 maggio 2012. Inserito in Cultura

Sono a Rapino, un antico centro abitativo ai piedi dell’imponente gruppo montuoso della Majella, sull’area dolce del pendio di un colle che lo nasconde agli occhi del visitatore, per riapparire ed estendersi verso il basso, nel mezzo di una lussureggiante vegetazione arborea di olmi, faggi e lecci. A trenta chilometri dal mare, che appare nitido all’orizzonte, nella sua macchia azzurra, contribuendo ad esaltarne l’immagine paesaggistica, Rapino ti fa capolino all’improvviso e si apre generosa alla sua storia, al suo mistero.
Percorro il borgo nella sua lunghezza e al centro di una disposizione di case tutte basse, in parte ricostruite, in una trama urbana graziosa e regolare, mi appare Piazza Fedele Cappelletti, che termina con un parco, dove frotte di ragazzi giocano in un clima festoso, mentre gli anziani, riuniti in gruppetti, sostano chiacchierando serenamente alle panchine che la circondano.
Entrando nella grossa Piazza, sulla sinistra, mi appare l’ex Convento Sant’Antonio Abate da alcuni anni adibito a prezioso Museo che vanta  una significativa collezione di maioliche antiche. Ebbene sì, Rapino è la patria della ceramica, del vasellame, di un’arte raffinata e sapiente, racchiusa nelle mani e nell’impegno di grandi  maestri che vollero tramandare le loro opere e la loro arte alle nuove generazioni con meticolosa attenzione. …(continua)
A spingermi a Rapino è stata una grande curiosità insieme con il bisogno che avvertivo di ripercorrere le orme di un artista abruzzese che, ad un certo punto della sua vita, volle intrecciare la sua arte con quella rapinese, insediarsi in questo territorio per alcuni anni e vivere con intensità l’arte antica dell’argilla plasmata, per acquisirne l’anima più significativa, più profonda. Parlo di Basilio Cascella al quale mi accosto con severo rispetto ma con altrettanto affetto; di lui  mi affascina, in modo del tutto singolare, l’aspetto artigiano del quale subì il fascino e che volle apprendere all’interno delle botteghe ceramiche rapinesi  con l’umiltà di un discente, mentre imparava la manualità e le tecniche lavorative.
A Rapino, nella seconda metà dell’ ’800, aveva operato Fedele Cappelletti, tra i massimi esponenti della ceramica italiana e tra la fine del secolo e gli inizi del ’900, oltre alla lavorazione della maiolica “aulica”, il borgo artistico era diventato centro di produzione di “maiolica popolare” e  aveva visto l’affermazione delle famiglie “Bozzelli” e “Bontempo” che in seguito si specializzarono anche in vasellame per case borghesi. Sarà questo clima dinamico e ricco di  fermenti, ad attrarre, nel 1917 Basilio Cascella che, insieme con la sua famiglia, lascerà Pescara dove era nato il 2 ottobre 1860 per scegliere Rapino come laboratorio artistico.
Inizierà  in questo luogo un percorso di apprendimento e di attività che segnerà la svolta.
Basilio Cascella era e rimarrà sempre un abruzzese “grande”. La sua formazione l’aveva maturata al di fuori delle Accademie del tempo e la sua grande versatilità lo aveva portato ad occuparsi di grafica, litografia, pittura, illustrazione, rimanendo sempre saldamente ancorato ad una concezione tradizionale dell’arte. Non ebbe maestri ed orgoglioso delle sue origini popolari, seguì sempre il suo istinto in una ricerca continua che durerà tutta  la vita.
La sua prima infanzia l’aveva vissuta ad Ortona a Mare dove aveva  lavorato nella piccola sartoria del padre e appena quindicenne, per seguire i suoi sogni, con pochi soldi e a piedi, da solo se ne era andato a  Roma, dove aveva frequentato la Scuola Serale degli Artieri e lavorato come apprendista presso lo  Stabilimento  Tipografico Luigi Salomone. Da Roma si era spostato a Napoli ritenuta il centro dell’arte meridionale e qui aveva collaborato con gli abruzzesi fratelli Palazzi, Domenico Morelli e Francesco Paolo Michetti. A Pavia aveva svolto il servizio militare, per trasferirsi a Milano dove aveva  avviato uno Stabilimento Litografico di illustrazione e lavorato come grafico pubblicitario per diverse ditte. Nel 1889 aveva sposato Concetta Palmerio che gli aveva dato sette figli, di questi i tre maschi:Tommaso, Michele e Gioacchino, seguiranno l’opera paterna, avviando una dinastia artistica familiare esemplare ed unica. L’attività  di litografo gli aveva permesso di esprimersi con sublime raffinatezza nella celebre serie delle “Cartoline illustrate” e delle “fotografie” che, agli inizi del nuovo secolo, diventavano strumenti moderni dai contenuti antichi. Ma certamente in tutte le attività svolte, i temi ricorrenti erano sempre gli stessi, ritraevano un Abruzzo arcaico che Cascella aveva nel cuore e che rappresentava attraverso la gente, i costumi, le tradizioni, i paesaggi, la cultura contadina e pastorale.
Quando arriva a Rapino, il maestro ha già chiaro in mente ciò che farà. Vuole esprimersi attraverso un’arte antica che lui sente energicamente vicina alle sue  esperienze e che meglio di tutte soddisferà il bisogno che ha di ricongiungersi alla sua terra e di farlo plasmando le maioliche, sulle orme di quella cultura minore che trovava espressa alle falde della dura Majella.Iniziava così la fase più interessante dell’arte di Cascella  che si faceva solo ed esclusivamente” verista” e che con concretezza oggettiva, voleva che rappresentasse la realtà e la vita. La ceramica si prestava alla sperimentazione e ad una infinita manipolazione, si trattava di un materiale plastico con il quale il maestro avviava un rapporto personale mentre la lavorava, secondo la tradizione, con l’uso delle mani e dei piedi. All’interno  delle botteghe, l’argilla veniva battuta da grossi bastoni di  legno e poi decantata per eliminarne le impurità, per poi essere frantumata, diluita con acqua, plasmata con l’uso delle mani e cotta. Seguiva la tecnica decorativa e in questa Cascella riversava tutta la sua forza espressiva. Intuiva che la maiolica, una volta superate le alte temperature dei forni, era solida, resistente e si prestava a diventare anche arredo urbano.
Nel 1924, tra i laboratori di Pescara e Rapino, Cascella eseguiva, forse, la più significativa delle opere realizzate con l’uso della maiolica; tre pannelli policromi su mattonelle  plasmate  manualmente, per la Tomba dell’eroe abruzzese Andrea Bafile, nella Grotta-Sacrario della Majella, presso Bocca di Valle.
Qui l’arte di Cascella toccava vertici altissimi di bellezza e di perfezione. I pannelli laterali ritraevano un mondo semplice ma forte e vigoroso. Le figure avevano la forza e la potenza dei personaggi michelangioleschi della Cappella Sistina; erano ritratte figure femminili austere nella loro bellezza, imponenti mentre intrecciavano corone che offrivano al cielo, dove  un’anima si librava tra le braccia di un angelo che la accoglieva. Ai piedi del coro di donne in attività, c’erano pargoli che collaboravano con le donne stesse, nella raccolta dei giunchi da intrecciare.
Il pannello centrale ritraeva una imponente “Pietà”: Maria con in grembo il “Figlio” martoriato sulla croce. Nei due pannelli laterali era presente un forte senso di maternità che culminava nel dolore estremo della Madonna, la Madre per eccellenza, con il Cristo crocifisso. Nell’arte delle tre pareti del Sacrario, Cascella ritraeva un Abruzzo lontano, scomparso, che riaffiorava nella sua bellezza  primitiva per trasparire dai volti delle giovani donne, di quelle mature e delle anziane, altrettanto belle, con i grossi fazzoletti poggiati sul capo e le abbondanti e pompose collane ed orecchini d’oro, che ornavano la loro immagine. Cascella  le vedeva così le sue donne, dai contorni marcati, gli occhi profondi, le guance rosate, le labbra carnose; erano creature solide che rappresentavano lo scorrere del tempo: belle e giovani un tempo, poi mature, ma sempre, coraggiosamente preparate e protese verso la morte che affrontavano con dignità e consapevolezza.
Entro all’interno del Museo dove la maggior parte delle opere esposte è di proprietà del Comune che le ha acquistate. Ad accompagnarmi in questo percorso museale, attraverso le sue sale è la Dott.ssa Antonella Ferrante, responsabile della struttura, la quale, con grande competenza ed estrema disponibilità, mi informa sui  capolavori che le stanze conservano.
Nella sala A che ospita la ceramica antica, mi imbatto nella terza vetrina dedicata ai manufatti ceramici di Basilio Cascella. E’ una emozione grandissima. Il vasellame esposto è di una bellezza commovente e i temi ripercorrono i momenti di vita quotidiani raccontati con fedele riproduzione; colpiscono i  finissimi decori dei paesaggi ma, soprattutto e ancora, delle figure, dei ritratti, delle donne, di cui Basilio Cascella resta certamente il maggiore  e fedele riproduttore. Che bella la mattonella bianca che ritrae il volto della contadinella; in questo piccolo capolavoro è evidente quanto altissimo  rispetto il grande maestro avesse del mondo femminile al quale riconosce il sublime compito della maternità, della forza della vita,  della dignità che le si addice per un ruolo alto e nobile che la natura le ha conferito. Ritrovo nelle opere che osservo, quei tocchi minuti e delicati dei quali mi parla la mia splendida guida, con setole di maiale, oppure delle cannucce di bambù o delle vernici nelle dieci tonalità di colori di base che determinarono la capacità pittorica di Cascella e ne eternarono l’arte.
Esco dal Museo che è quasi sera e… scorgere tra i tetti delle vecchie case un cielo terso e una  falce di luna, in compagnia di una brillantissima stella, è uno spettacolo altrettanto incantevole.

 

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