Storielle pretoresi – Felice Marcantonio

Scritto da Redazione il 16 giugno 2012. Inserito in Costume e Società

Savérij’ rusc’chin’

Il soprannome ” rusc’chin’” gli derivava dal padre , zì Ndonij’, che da ragazzo faceva il pastorello apprendista a servizio di un pastore vero, zì Ménch’ catén’, analfabeta. Era solito portare al pascolo le tasche piene di fave secche, o ceci abbrustoliti, o semi di zucca. Per tutta la giornata seguitava a rosicchiare questi semi per cui si beccò facilmente dal pastore anziano l’epiteto di ” rusc’chin’ “ appunto, uno che rosicchia di continuo. Suo figlio, Savérij’, diventò per derivazione paterna,  Savérij’ rusc’chin’. Di mestiere Saverio faceva il camposantaro, il becchino insomma, ed era tanta la dimestichezza che aveva col camposanto che d’estate spesso dormiva in qualcuna delle fosse da lui scavate per la tumulazione dei defunti. Non mostrava nessun timore né ripulsa; per lui era diventata la cosa più naturale del mondo…Ma una volta però era particolarmente agitato e decise di tornarsene a casa. Era quasi mezzanotte; si posò la giacca sulle spalle e s’avviò verso il cancello. Mentre stava uscendo un filo di ferro chissà come si impigliò nella giacca e la tratteneva. Savério, questa volta sì spaventato, alzò le mani e senza girarsi disse: land’m’ ca nd’ so fatt’ niènt’ (lasciami che non ti ho fatto nulla), con una strattonata si liberò e schizzò via come una lepre fino a casa.

Felice Marcantonio

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