Nduniócc’ u sbracciat’ – Felice Marcantonio

Scritto da Redazione il 18 ottobre 2012. Inserito in Costume e Società

Gestiva a Pretoro una piccola bottega di generi vari. Aveva di tutto un po’, persino il carburo di calcio usato nelle pericolose lampade all’acetilene, com’erano dette. I giovinastri del paese, me compreso, lo usavano invece per far volare in aria barattoli di latta o per pescare di frodo le trote del fiume Foro. Ad Antonio, non so perchè, mancava un braccio e per questo era soprannominato “lo sbracciato”. Nonostante la menomazione, riusciva a fare con una sola mano, cartocci di carta perfetti per lo zucchero o altra mercanzia da incartare. Ed aveva, un anno, un porcellino, comprato al mercato di Fara. La moglie, za Angela, lo voleva allevare per ricavarne salsicce e prosciutti per uso familiare. Ma quel porcellino era irrequieto, mangiava male, non cresceva insomma come dovuto. Za Angela allora preparò una scodella di decotto di papavero da oppio per calmare l’animale. In paese la coltivazione di piantine di papavero da oppio era ben diffusa. L’infuso serviva per calmare i bimbi irrequieti. Oddì, Marì, daij’ na nzé d’uóppij’ a su cét’l’….oppure, se il bambino dormiva troppo, ch’ sa duppiat’ ssu cét’l’ !.Il giorno dopo za Angela vide il maialino ben disteso e tranquillo. Chiamò il marito: Ndò, Ndò, vì v’daij’ gna dòrm’ biáll’ stu purc’llòcc’…..Era morto…!

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