Dieci anni: un soffio – Antonio Altorio

Scritto da Redazione il 12 dicembre 2012. Inserito in News

Mercoledì 12 Dicembre 2012. Dieci anni fa Don Domenico Grossi tornava alla Casa del Padre. Vogliamo ricordarlo insieme e ringraziare il Signore per il dono della sua presenza tra noi. Ci ritroviamo alle ore 18 nella Chiesa di S. Maria Maggiore, che lo ha visto Parroco per ben trentadue anni (dal 1970 al 2002) per celebrare l’Eucarestia, l’azione di grazie per eccellenza. Al termine viene dedicato a Don Domenico il Museo del Duomo, che egli volle acustodia del patrimonio artistico della Parrocchia.

Ricordare Don Domenico non è facile. Molti di noi hanno un ricordo personale che di certo colora di una tinta del tutto irripetibile la memoria. Anche chi scrive ne ha tanti, maturati nel corso degli anni in cui gli è stato accanto nel servizio non solo ai cristiani, ma a tutti gli noi guardiesi. Mi sembra, però, più importante fare memoria di Don Domenico in chiave comunitaria. E non potrebbe essere diversamente, tenendo presente che proprio lui ha avuto tanto a cuore la dimensione popolare della Chiesa.  …(continua)

Questo decennale cade nel cinquantesimo dall’ apertura del Concilio Vaticano II. E allora non si può ricordare Don Domenico senza dire quanto egli fosse un prete del Concilio. Più volte ebbe a

dire del disagio che provava verso la sua formazione preconciliare (lasua ordinazione sacerdotale risale al 1962), di cui percepiva l’ inadeguatezza rispetto alle esigenze del mondo contemporaneo, specie se paragonata alla luce che il dettato conciliare accendeva sulla Chiesa e sul mondo. Ma non si diede per vinto. Don Domenico riprese a studiare e studiare tanto, perché un Cristianesimo fuori moda o non pensato è fuori dal tempo e, per questo, non può essere vero. E così il Concilio nel 1970 arrivò a Guardiagrele. Su mandato di Mgr. Capovilla, Don Domenico, in una casa in affitto e senza risorse materiali, si mise all’ opera per far capire alla nostra gente che i tempi erano cambiati, che non si poteva continuare a mischiare trono e altare, che occorreva leggere i bisogni del tempo e dare ad essi una risposta cristiana. Nella pacatezza e in un’obbedienza sempre filiale e mai servile, seppe prendere posizioni scomode, in verità più per i benpensanti clericali che per i non credenti, perché anche la Chiesa di Guardiagrele respirasse aria nuova. Si trattava di abolire piccoli privilegi di un clericalismo di paese, di purificare tradizioni ormai stantie e vuote, di schierare apertamente la Chiesa a servizio della carità. Oggi che sentiamo nella Chiesa per tanti aspetti un’ aria di ritorno al passato, per noi fare memoria di un uomo che ebbe il coraggio di cambiare significa non avere noi stessi paura del cambiamento. Anche oggi Guardiagrele e la Guardiagrele cristiana in particolare spesso ha paura di cambiare, di abbandonare riti e devozioni di un mondo che non è più e che non tornerà più. Non si tratta di cancellare, ma di tornare all’autentico. E’ in fondo questo quello che Don Domenico ci ha insegnato. Rinnovare dall’interno, mettendo alla prova le cose, conservando, secondo l’insegnamento di San Paolo, quanto è valido e non avendo paura di tagliare i rami secchi.

La Chiesa popolo,si diceva. Sì donDomenico, questo aveva imparato dal Concilio. La Chiesa fatta di tante diversità, ma tutte in sinergia, a servizio dell’unica causa. Anche qui, quanto siamo indietro! Quanti distinguo, quante identità che diventano steccati, e quanta difficoltà che nasce da questo a incontrare i bisogni concreti della nostra gente. Povera Guardiagrele, poveri noi ogni volta che ci dividiamo, ogni volta che rivendichiamo appartenenze elitarie, confini che delimitano solo le nostre teste. “Devozioni, devozioni, devozioni”, questo spesso continuiamo a rispondere a un mondo che ci chiede una parola di speranza.

Un altro tratto che penso sia utile mettere in evidenza della personalità di Don Domenico è la sua stabilità, la sua fedeltà al quotidiano. In un tempo in cui detta legge l’effimero delle emozioni spesso impastato di un giovanilismo sciocco, è importante fare memoria di una persona che era convinta che per costruire qualcosa di solido occorra la fedeltà ad un’ azione piccola, apparentemente insignificante, ma nella giusta direzione. La sua stabilità si traduceva anche nel suo non lasciarsi sconvolgere più di tanto da affanni e preoccupazioni che, se di certo non gli erano indifferenti, mai sono riusciti a fargli perdere quella serenità di fondo che veniva da una fede concreta, piantata con i piedi per terra, senza volatilità. Una fede ben consapevole che il mistero è più grande di noi e che per questo nella vita dei cristiani l’ approfondimento, la ricerca, la domanda, i dubbi, sono pane quotidiano.

Don Domenico rifuggiva dall’idea che il prete dovesse “spiegare” la fede. Piuttosto si sforzava di portare la fede nella concretezza dell’oggi, perché ciascuno potesse sperimentarla e condurre da adulto il proprio cammino, Ancora una volta abbiamo tanto da imparare, noi che ci leghiamo alle persone, che pensiamo che chi spezza la Parola debba essere affascinante, che dinanzi ad un dubbio ci sembra che il mondo crolli, che valutiamo l’azione pastorale alla stregua di una pubblicità di detersivi. Si tratta di crescere, di imparate ad essere stabili, di andare all’essenziale.

L’ultimo aspetto che mi piace sottolineare è la capacità che aveva Don Domenico di tirarsi in disparte, di seguire tutto, ma con tanta discrezione, riconoscendo ai laici il loro ruolo anche all’interno dell’attività pastorale. Per grazia, oggi di laici impegnati e che prendono le loro specifiche responsabilità all’interno della comunità parrocchiale ce ne sono molti, ma sono ancora troppo pochi. La maggior parte di noi continua a sentirsi come i clienti di un supermercato del sacro che attendono che qualcuno predisponga tutto per loro, chiedendo a chi prova a impegnarsi niente meno della perfezione. Si sa a Giuardiagrele la critica è di casa e spesso è una critica che nasce dal dolce far niente. Ebbene di quelli che si dilettavano in questa pratica, Don Domenico amava ripetere che “gli assenti hanno sempre torto”. Il problema è che gli assenti dalla vita cristiana e dalla vita civile sono i nove decimi della nostra gente.

Che Don Domenico continui a lavorare con noi e per noi e che soprattutto dia una mano a Don Nicola, altro figlio del Concilio, perché noi guardiesi siamo belli e buoni, ma notoriamente di testa dura e per la Bibbia questo non è di certo un complimento.

 Antonio Altorio

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