Addio Piano! – Gloria Massucci

Scritto da Redazione il 29 aprile 2014. Inserito in Cultura

Prima che la luce della bella stagione arrivi a confondere le linee ed a sommergere le cose ed il profilo  del nostro orizzonte in una lattiginosa e sonnolenta letizia, prima che le brume dell’inverno svaniscano del tutto portando via con sé le distonie e le forme alterate del paesaggio, mal celate dalla nebbia o dalle allegre nevicate, prima che il nostro disadattamento visivo alla nuova configurazione di Largo Garibaldi si tramuti in silenziosa abitudine, prima che  il fastidio ed il moto di rivolta si trasformino in passiva rassegnazione, vorrei salutare una parte di Guardiagrele e di noi che non esiste più: il Piano. E non mi interessano le noiose disquisizioni se questo luogo debba chiamarsi ‘largo’ o ‘piazza’ Garibaldi, perché nella memoria collettiva del nostro paese il nome di quel luogo,  l’unico nome evocativo sarà sempre ‘il Piano’. E questo nome antico quanto la memoria dei nostri padri non è casuale, in un borgo arroccato su una collina, un borgo nel quale ogni movimento, ogni corsa infantile, ogni lento ed affaticato incedere dei passi della maturità sono segnati dalla salita e dalla discesa, ‘ammunde e abballe’ , ‘a monte e a valle’, perché Guardiagrele fa da contraltare alla Maiella  che con la sua maestosità ci ha da sempre insegnato l’umiltà dello sguardo, mostrandoci il dominio delle vette e la profondità delle valli. Un paese, il nostro, in cui è fondante l’antinomia tra gli opposti: come il salire si oppone allo scendere, così lo svolgersi del gomitolo dei vicoli angusti si contrappone all’improvvisa apertura delle piazze, dei quadrivi; parimenti l’ombra rassicurante dei cortili e delle case si dilata all’improvviso nella visione luminosa dei panorami, quando a volo d’aquila il nostro sguardo percepisce la curvatura dell’estremo orizzonte in cui riescono a coesistere le vette innevate e le profondità del mare.  (continua)


Crescere con questa continua alternanza delle emozioni, con questa continua sollecitazione a cercare di far coesistere in un solo attimo  colori e sensazioni inconciliabili, a cercare di costruire una impossibile sintesi tra opposti irriducibili,  è stata nei secoli la grande fortuna dei guardiesi, la cifra del loro essere creativi, del loro  saper costruire bellezza ed armonia. Il nostro paese è cresciuto all’interno di mura possenti, con case addossate le une alle altre per fare tesoro dello spazio necessario ad ospitare tutta la popolazione entro il perimetro turrito, onde garantire a tutti protezione, lavoro, sicurezza, vita.

Nell’economia estrema degli spazi urbani, ove era facile vedere vicoli così stretti che robuste travi reggevano i muri delle case per evitare che questi crollassero gli uni sugli altri, quale poteva essere la funzione di un luogo immenso, completamente aperto, esposto alla furia di tutte le tempeste, in cui era impossibile trovare riparo, in cui anzi l’unica porta aperta verso l’Orientale era detta quasi con orgoglio ‘La Porta del vento’?

Certamente un torrione di difesa così imponente, come quello del Piano, aveva bisogno di una piazza d’armi, ove all’occorrenza potesse aver luogo uno scontro armato  che impedisse alle truppe nemiche di dilagare tra le vie e le case del paese (esiste a tal proposito un bel quadro del pittore Ferdinando Palmerio che ritrae la furiosa resistenza dei guardiesi contro i Francesi, avvenuta nel 1799 proprio al Piano). Inoltre, questo enorme spazio aperto rappresentava il luogo ideale per grandi fiere del bestiame e di altre merci, più ampio e più comodo di altri mercati all’interno del paese, era quindi un eccellente Foro Boario.

Potrei continuare con i molteplici usi che il Piano ha avuto nella nostra storia, anche recente: i nostri genitori ricordano che il Piano  segnava il punto di arrivo di una travolgente corsa di cavalli e cavalieri ( la famosa ‘carrire’) che partiva dall’area compresa tra il cimitero e la ‘Madonnuccia’, con grande  tripudio dei guardiesi che seguivano lo svolgersi della competizione osservando il tutto dal Piano e dalla salita del Torrione, mentre uomini ed animali in corsa erano avvolti dalla polvere delle strade non ancora asfaltate. Dove, se non in uno spazio così ampio, mettere ad essiccare sotto il sole di fine agosto le ‘canalette’ di legno con la conserva di pomodoro, pronte per le provviste dell’inverno? Dove, se non in questa grande casa comune esporre al sole, su panni tessuti al telaio, le foglie di granturco, preziose per riempire i materassi ove non c’era disponibilità sufficiente di lana? In questo luogo di tutti e per tutti capitava di vedere asciugare i grandi panni dei tintori o le funi di canapa messe a tirare dai funai.  Tutto questo avveniva quando l’economia mercantile, artigianale e spesso di semplice sussistenza poggiava sulla coralità e sulla condivisione.  Il  Piano ha accompagnato la storia del nostro paese anche quando era luogo di raccolta della popolazione in caso di terremoti, quando offriva l’ampiezza necessaria per allestire spettacoli memorabili in cui tutti, giovani e non, si ritrovavano a condividere le più belle emozioni…e così si potrebbe continuare all’infinito… I Beni culturali non sono solo quelli materiali, come opere d’arte, monumenti, chiese, preziosi manufatti, ecc., sono Beni culturali anche i beni immateriali, le relazioni umane, le interdipendenze, gli usi consolidati, le tradizioni che hanno dato vita ad una memoria collettiva, al sentimento identitario di una comunità. La percezione dello spazio vuoto del Piano ha costruito la nostra intelligenza visiva prima ancora che acquistassimo un’intelligenza verbale, quella che ci permette di identificare le cose con il loro nome. Gli spazi, le linee, i vuoti, i pieni, hanno formato la parte più ‘antica’ della nostra mente, ci hanno fornito la mappatura del territorio. Il labirinto delle strade ci ha fatto sperimentare da bambini l’emozione delle corse seguendo l’ordine inverso, il famoso ‘controgiro’. Guardiagrele è per eccellenza il ‘ paese delle vedute’, nel quale il nostro sguardo è stato educato dalla prima infanzia  a distinguere il vicino dal lontano e a stabilire la giusta proporzione tra gli oggetti nella profondità della prospettiva.

Per tutto questo il Piano era un Bene Culturale, un Bene Comune, patrimonio di tutti. Ora semplicemente non esiste più, è stato sommerso da una colata di cemento, è diventato una rotatoria, uno svincolo, un orribile intralcio per la vista abituata a spaziare. E pensare che con una nuova pavimentazione, con la realizzazione di una nuova fontana in ferro battuto si era ad un passo dalla soluzione del problema, non si doveva inventare niente, bastava ispirarsi alle tante fotografie d’epoca che ritraggono la magnificenza di uno spazio immenso con una elegante fontana, isolata e proprio per questo solenne, austera…

Che quella del Piano fosse la cronaca di una morte annunciata lo si doveva capire da tempo: una sequela di interventi che di volta in volta ne hanno alterato l’armonia e la ragion d’essere (panchine di legno, massicce come ciocchi a sostituire le originali panchine di ferro battuto, una staccionata di legno adatta ad un ranch, montata su una sorta di muraglia cinese, per segnare il limite del prato, un parco giochi davanti alla prospettiva del Torrione, un distributore di acqua da bere, bagni pubblici, monumenti messi lì alla rinfusa, ci vorrebbe un capitolo solo per parlare dell’illuminazione, con la ‘bellezza’ di almeno quattro tipi di lampioni e non voglio andare oltre). Dopo tutto questo, abbiamo sopportato per anni una sedicente fontana con una specie di vela in mezzo a pietre sparse, una pavimentazione sbagliata tutta da ripensare e, quando sembrava arrivata una mano santa a porre rimedio a tutto questo, a gran sorpresa è arrivato il colpo mortale: la piattaforma con una foresta di lampade led.

La cosa più triste è che questo è stato fatto pensando di fare un bene al paese ed è avvenuto in mezzo ad un silenzio assordante, a parte i molti mugugni sommessi.

La perdita del Piano si riverbera su tutto l’insieme delle cose belle del paese, perché una città non è una somma di vie o di case, una città è prima di tutto un sistema coeso di realtà diverse ed interconnesse; rovinando una sola parte di esse, si arreca un danno all’intero sistema. Mi piace ricordare le parole di I. Calvino : “Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato (…) la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre,negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole” ( I. Calvino ‘Le città invisibili’).

Noi abbiamo non solo il diritto di difendere la nostra Bellezza, ma abbiamo soprattutto il dovere di insegnarla a quanti non l’hanno mai conosciuta e ai nostri figli che non avranno forse più la possibilità di vedere le cose speciali che avevamo ereditato dai nostri padri e che abbiamo distrutto.

Dobbiamo essere più tenacemente decisi a difendere il grande valore storico e culturale di Guardiagrele, dobbiamo fare in modo che le generazioni future sappiano, si documentino, apprezzino questo tesoro. Come ha detto Giulia Maria Mozzoni Crespi, Presidente onorario del Fai (Fondo Ambiente Italiano), “ si ama ciò che si conosce e si difende ciò che si ama”.

Quanto a noi, se perdiamo la nostra memoria, rischiamo di smarrire la nostra anima.

Addio Piano!

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