L’opera di Antonio Spinogatti – Tonia Orlando

Scritto da Redazione il 28 ottobre 2014. Inserito in Cultura

   

Era  un’idea che accarezzavo da tempo quella di una visita al nuovo laboratorio artistico di Antonio Spinogatti, perso nel verde di una vallata, ad alcuni chilometri da Guardiagrele.

Una visita  simile a quelle che di tanto in tanto gli facevo, quando volevo incantarmi davanti a qualcosa di bello, perchè le sue tele, anche allora, erano belle.

      Da qualche anno Antonio è lontano dal centro storico della città, dove uno squarcio di cielo tra grappoli di vecchie case costituiva la sua finestra sul mondo; ora è il verde silenzioso della campagna, riempito dalla pioggia, dalla nebbia o dal fresco, in un cocente pomeriggio d’estate, ad accompagnare la produzione artistica del maestro che ha preferito ritrovarsi nella quiete di uno scenario agreste.

      Anche se ad intermittenza, ho sempre seguito l’evoluzione artistica di Spinogatti, curiosa di conoscere dove quel percorso, intrapreso molti anni fa, l’avrebbe portato e quali sarebbero state le evoluzioni dei suoi colori, delle sue pennellate.

      Mi ritrovo cordialmente a chiacchierare con l’amico, ancor prima che con l’artista, sprofondata in una comoda poltroncina  azzurra che mi fa sentire bene, quasi in un nido, all’interno di uno spazioso studio, dove finisco per farmi contagiare da intensi attacchi d’arte.

      Già dalle prime battute della nostra cordiale conversazione, le parole di Antonio appaiono colorate e i colori, mi accorgo… continuano ad essere le categorie del suo linguaggio. In molti passaggi del suo dire, è come se i suoi occhi mi chiedessero di capire il pensiero che esprime, senza l’utilizzo delle parole per lui inutili, e se mi invitassero ad incontrarlo in una eternità visiva senza tempo, fatta soltanto di segni, di immagini.

      Antonio Spinogatti dipinge per necessità, non importa quale sia il soggetto, egli vuole esprimere un pensiero puro con la manualità del demiurgo. Le tele che tappezzano la grossa stanza, sono efficaci, leggere, vaganti e mirano a coinvolgere colui che osserva con l’utilizzo di uno stile semplice e colloquiale;  mi sembra di transitare in un presente incantato, di fronte al quale, in compagnia dello stesso autore, si rimane sospesi in una perenne attesa di significato, di senso, consapevoli delle dimensioni ristrette della vita, accettate così come appaiono, anche se il cuore chiede altro.

      Antonio ripercorre i suoi trent’anni di attività tra i colori e le tele, riferisce del GAD, il suo gruppo ANICONICO-DIALETTICO costituito da cinque artisti, fondato dal critico e storico dell’arte Giorgio di Genova, unito nella necessità di creare una realtà dialettica nella quale discutere di tecniche nuove legate ai linguaggi artistici contemporanei italiani.

      Da quel momento Spinogatti si dedica alla ricerca di strani risultati, frutto di studi di possibili identità tra un mondo ideale ed un altro, che appartiene all’opera prodotta, fino ad esiti provocatori.

      Nascono “i giochi d’acqua” dalle pennellate color smeraldo, giallo ocra, rosso porpora, dove il lavoro si apre, come in un prisma dalle mille facce, alle luci ed ai colori appartenenti ad un organismo molteplice e complesso.

     In una esplosione di trastulli visivi, di segni e di colori, nascono forme spettacolari, spesso fondate su intrecci destinati a trasformarsi in seduzioni festose; scompare lo sfondo, lo sviluppo narrativo della prima fase, quella delle figure vagamente umane, ed il Nostro si apre ad una realtà senza alcun significato, nella assenza di forme immediatamente riconoscibili.

     Il progetto diventa ambizioso e il percorso difficile e personale; l’autore si piega alla forza espressiva della sua ricerca, abbandona da quel momento attrazioni ed indirizzi fuorvianti e, nella convinzione che la pittura possa solo essere “aniconica”, si incammina in un sentiero nuovo.

     Convinto che anche la sua arte debba creare l’inganno, vuole solo essere se stesso;  in una ingenuità infantile si apre al mondo e con la semplicità più spiazzante si lascia prendere per mano dai toni di colore, dalle vibrazioni della luce, per “annegare”, senza alcuna monotonia, in una morbida bellezza, segno di una moderna sensibilità. Nascono raffinate soluzioni compositive in un alto concetto di creazione, l’opera acquista un valore estremo  tra il religioso e il magico che Spinogatti porta avanti sempre con eleganza, con una nota di solennità, vicina a temi meditativi segreti e profondi che arrivano a toccare forme alte di conoscenza.

     Le opere di Spinogatti sfumano così in immagini che rispondono ad una sintassi musicale delle pennellate, che sembrano uscire da uno sforzo ostinato e tenace; adotta un lessico artistico più alto, meno frammentario, i riferimenti alla realtà si fanno più tenui mentre crescono le evocazioni di ciò che è irraggiungibile. L’opera diventa di difficile lettura con i suoi passaggi rapidi, inconoscibili, inaccessibili. La ricerca si fa più costruita ed articolata in uno strano amalgama di materiali e di segni.

      Ma la capacità di credere, di immaginare e di sognare non viene meno.

      Rimane la volontà di sentirsi sempre  dentro la vita, che viene accettata ed espressa   in scelte che rivelano integrità morale e limpidezza interiore.

      I motivi al centro dell’esperienza pittorica di Antonio Spinogatti finiscono per esprimere la nostalgia dell’uomo moderno che aspira ad uscire dalla civiltà artificiale e meccanizzata per ritrovare un rapporto ormai perduto con la parte più profonda di se stesso e della natura.

      Si realizza pertanto l’affermazione di quella libertà con cui il processo era iniziato, che sempre si era opposto al “principio” e alla “norma”. Si sviluppa una percezione che trova nella natura una fonte di contemplazione artistica; il suo paesaggio, dalle linee vaghe, evoca spesso quella “montagna” che rappresenta il  vissuto dell’autore, riprodotta a metà strada tra il bosco e la vetta, nei colori dell’azzurro del cielo e del bianco delle nuvole, con qualche macchia di verde. E’ una nuova dimensione artistica che esalta, nell’uso dei colori,  paesaggi naturali idealizzati.

      E così, questa continua evoluzione finisce per toccare il “matafisico” dove le effusioni e la piacevolezza delle tinte chiare e luminose, insieme con le linee sinuose, semplificano le strutture ma le arricchiscono di un inconoscibile significato raffinato e prezioso.

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