LA “MAJELLA MADRE”

Scritto da Tonia Orlando il 24 marzo 2015. Inserito in Costume e Società, Cultura

Uno scatto fotografico, per inquadrare e teneramente imprimere più che nella macchina, negli occhi, una immagine cara, quella della “montagna” imbiancata dalle nevicate di fine gennaio. 
      Da come la inquadro, la osservo, mi rendo conto quanto la stia accarezzando e quanto lei si vada aprendo a prospettive vertiginose, come se ogni suo angolo contenesse l’infinito.
      Quante volte, nel corso della mia vita, con lo sguardo sono andata oltre la sua sagoma sempre uguale, sempre la stessa, mentre esploravo le sue diverse realtà come la vetta, i boschi, le distese delle valli ricoperte da un candido bianco e la individuavo come un modello al quale poter ricondurre ogni cosa.
      La montagna l’ho sempre rappresentata ai miei occhi come una realtà compatta in un silenzio sospeso; i suoi paesaggi, nell’alternarsi delle stagioni, ancora oggi evocano l’infanzia, quando con uno zainetto di pezza cucito a mano, mi aprivo alla possibilità di un rapporto armonico con la natura che, con l’approdo alla vita adulta, si sarebbe andato perdendo per sempre.
      E’ la “nostra montagna”, aspra e pietrosa, scavata dalle piogge, dal sole e dal vento, spazio interiore della nostra anima, segno di quella asciutta ed intransigente fermezza morale che ancora ci appartiene; ella rappresenta un confine, un orizzonte che non è barriera ma che, al contrario, consente fusioni, trasmissioni, passaggi.
      La Majella è nel destino di tutti noi abruzzesi e, nella sua integrità, contribuisce a plasmare la nostra persona e farne una ostinata poesia.
      I grandiosi paesaggi nell’ora in cui il sole brilla con più intensità in una atmosfera quieta ed immobile rotta in lontananza dallo scorrere dell’acqua di un torrente o delle piccole cascate, fanno parte di emozioni di infinita bellezza.
      Tra luci, ombre e trasfigurazioni visive della realtà stessa, l’impronta della Majella propone, con un tono meditativo e malinconico, un’immagine suggestiva dai contorni ben definiti, frutto di sentimenti profondi, ricordi, simboli e misteri.
       E’ la Majella, dalle possenti sembianze di  donna, con il volto tra le mani, che da sempre la fanno “madre”.
      La leggenda narra di Maja, ritenuta donna dalle proporzioni gigantesche, che fuggita dalla lontana regione della Frigia, con una imbarcazione in cattivo stato, arriva fin sulle coste del nostro mare, con a bordo il figlio Ermes, considerato il più bello tra i titani, ferito mortalmente in battaglia ed inseguito da feroci nemici. Maja, braccata, si rifugia con il figlio morente tra le boscaglie e i ripidi valloni dei monti, nella speranza di salvare il giovane con l’ausilio di erbe medicamentose che crescono in quei luoghi.
      Saranno, invece, la neve e il gelo dell’inverno a seppellire ogni filo d’erba e condannare a morte il giovane titano.
      Maja disperata seppellirà suo figlio sulla vetta del Gran Sasso; è per questo che nelle strane forme di quel massiccio montuoso, ancora oggi, si riconosce “il gigante che dorme”.
      Ella, invece, da quel momento, vagò in preda al delirio più grande, urlando di dolore e quando i tepori della primavera si aprirono al risveglio e i fianchi delle rocce montuose si riempirono rigogliosi di tutte le sue erbe, la sventurata madre si lasciò cadere, con lo sguardo rivolto verso il mare, dalla vetta più alta di quella dura ed ingrata montagna.
      Si racconta, inoltre, che ancora oggi, i pastori ed erranti su quelle vette, nelle giornate di tormenta e di vento, odano i lamenti della donna che si aggira senza pace tra i boschi e le valli.
      La Majella pertanto prenderà il suo nome da Maja, dalla struggente vicenda narrata, e rimanere per sempre “colei” che con amore accoglie e protegge i suoi figli, mentre immerge la sua anima in un tempo ed in uno spazio lontani.
      Elemento comune nell’immaginario collettivo di noi abruzzesi, “la montagna” è portatrice di un valore sacrale capace di ristabilire armonia con le cose, in una ricerca di essenzialità e di purezza.
     Simbolo di tenacia, ostinazione e volontà a superare ostacoli e raggiungere mete misteriose e sconosciute che spetta soltanto al tendere del nostro animo svelare, la “montagna” rimane pur sempre luogo affascinante dove, nella adesione all’esistenza, il pensiero si fa puro nei suoi significati più autentici; nel grande corpo non possiede sentimenti ma istinto e la sua fisicità nei suoi punti più alti da cui osservare le vicende umane, tocca corde sconosciute che avvicinano a Dio.
      Nelle diverse sfumature delle giornate di sole, nel vento, nei mutamenti di luce improvvisi all’interno di uno stesso giorno, legati alle condizioni climatiche o con le sue nubi nel cielo che sembrano riflettere piccoli, grandi cambiamenti di cui è costituita l’esistenza, la “montagna” aderisce pienamente alla vita, ai suoi contrasti, alle sue contraddizioni e non si desidera altro che amarla, fotografarla e… raccontarla. 

L’opera di Antonio Spinogatti – Tonia Orlando

Scritto da Redazione il 28 ottobre 2014. Inserito in Cultura

   

Era  un’idea che accarezzavo da tempo quella di una visita al nuovo laboratorio artistico di Antonio Spinogatti, perso nel verde di una vallata, ad alcuni chilometri da Guardiagrele.

Una visita  simile a quelle che di tanto in tanto gli facevo, quando volevo incantarmi davanti a qualcosa di bello, perchè le sue tele, anche allora, erano belle.

      Da qualche anno Antonio è lontano dal centro storico della città, dove uno squarcio di cielo tra grappoli di vecchie case costituiva la sua finestra sul mondo; ora è il verde silenzioso della campagna, riempito dalla pioggia, dalla nebbia o dal fresco, in un cocente pomeriggio d’estate, ad accompagnare la produzione artistica del maestro che ha preferito ritrovarsi nella quiete di uno scenario agreste.

      Anche se ad intermittenza, ho sempre seguito l’evoluzione artistica di Spinogatti, curiosa di conoscere dove quel percorso, intrapreso molti anni fa, l’avrebbe portato e quali sarebbero state le evoluzioni dei suoi colori, delle sue pennellate.

      Mi ritrovo cordialmente a chiacchierare con l’amico, ancor prima che con l’artista, sprofondata in una comoda poltroncina  azzurra che mi fa sentire bene, quasi in un nido, all’interno di uno spazioso studio, dove finisco per farmi contagiare da intensi attacchi d’arte.

      Già dalle prime battute della nostra cordiale conversazione, le parole di Antonio appaiono colorate e i colori, mi accorgo… continuano ad essere le categorie del suo linguaggio. In molti passaggi del suo dire, è come se i suoi occhi mi chiedessero di capire il pensiero che esprime, senza l’utilizzo delle parole per lui inutili, e se mi invitassero ad incontrarlo in una eternità visiva senza tempo, fatta soltanto di segni, di immagini.

      Antonio Spinogatti dipinge per necessità, non importa quale sia il soggetto, egli vuole esprimere un pensiero puro con la manualità del demiurgo. Le tele che tappezzano la grossa stanza, sono efficaci, leggere, vaganti e mirano a coinvolgere colui che osserva con l’utilizzo di uno stile semplice e colloquiale;  mi sembra di transitare in un presente incantato, di fronte al quale, in compagnia dello stesso autore, si rimane sospesi in una perenne attesa di significato, di senso, consapevoli delle dimensioni ristrette della vita, accettate così come appaiono, anche se il cuore chiede altro.

      Antonio ripercorre i suoi trent’anni di attività tra i colori e le tele, riferisce del GAD, il suo gruppo ANICONICO-DIALETTICO costituito da cinque artisti, fondato dal critico e storico dell’arte Giorgio di Genova, unito nella necessità di creare una realtà dialettica nella quale discutere di tecniche nuove legate ai linguaggi artistici contemporanei italiani.

      Da quel momento Spinogatti si dedica alla ricerca di strani risultati, frutto di studi di possibili identità tra un mondo ideale ed un altro, che appartiene all’opera prodotta, fino ad esiti provocatori.

      Nascono “i giochi d’acqua” dalle pennellate color smeraldo, giallo ocra, rosso porpora, dove il lavoro si apre, come in un prisma dalle mille facce, alle luci ed ai colori appartenenti ad un organismo molteplice e complesso.

     In una esplosione di trastulli visivi, di segni e di colori, nascono forme spettacolari, spesso fondate su intrecci destinati a trasformarsi in seduzioni festose; scompare lo sfondo, lo sviluppo narrativo della prima fase, quella delle figure vagamente umane, ed il Nostro si apre ad una realtà senza alcun significato, nella assenza di forme immediatamente riconoscibili.

     Il progetto diventa ambizioso e il percorso difficile e personale; l’autore si piega alla forza espressiva della sua ricerca, abbandona da quel momento attrazioni ed indirizzi fuorvianti e, nella convinzione che la pittura possa solo essere “aniconica”, si incammina in un sentiero nuovo.

     Convinto che anche la sua arte debba creare l’inganno, vuole solo essere se stesso;  in una ingenuità infantile si apre al mondo e con la semplicità più spiazzante si lascia prendere per mano dai toni di colore, dalle vibrazioni della luce, per “annegare”, senza alcuna monotonia, in una morbida bellezza, segno di una moderna sensibilità. Nascono raffinate soluzioni compositive in un alto concetto di creazione, l’opera acquista un valore estremo  tra il religioso e il magico che Spinogatti porta avanti sempre con eleganza, con una nota di solennità, vicina a temi meditativi segreti e profondi che arrivano a toccare forme alte di conoscenza.

     Le opere di Spinogatti sfumano così in immagini che rispondono ad una sintassi musicale delle pennellate, che sembrano uscire da uno sforzo ostinato e tenace; adotta un lessico artistico più alto, meno frammentario, i riferimenti alla realtà si fanno più tenui mentre crescono le evocazioni di ciò che è irraggiungibile. L’opera diventa di difficile lettura con i suoi passaggi rapidi, inconoscibili, inaccessibili. La ricerca si fa più costruita ed articolata in uno strano amalgama di materiali e di segni.

      Ma la capacità di credere, di immaginare e di sognare non viene meno.

      Rimane la volontà di sentirsi sempre  dentro la vita, che viene accettata ed espressa   in scelte che rivelano integrità morale e limpidezza interiore.

      I motivi al centro dell’esperienza pittorica di Antonio Spinogatti finiscono per esprimere la nostalgia dell’uomo moderno che aspira ad uscire dalla civiltà artificiale e meccanizzata per ritrovare un rapporto ormai perduto con la parte più profonda di se stesso e della natura.

      Si realizza pertanto l’affermazione di quella libertà con cui il processo era iniziato, che sempre si era opposto al “principio” e alla “norma”. Si sviluppa una percezione che trova nella natura una fonte di contemplazione artistica; il suo paesaggio, dalle linee vaghe, evoca spesso quella “montagna” che rappresenta il  vissuto dell’autore, riprodotta a metà strada tra il bosco e la vetta, nei colori dell’azzurro del cielo e del bianco delle nuvole, con qualche macchia di verde. E’ una nuova dimensione artistica che esalta, nell’uso dei colori,  paesaggi naturali idealizzati.

      E così, questa continua evoluzione finisce per toccare il “matafisico” dove le effusioni e la piacevolezza delle tinte chiare e luminose, insieme con le linee sinuose, semplificano le strutture ma le arricchiscono di un inconoscibile significato raffinato e prezioso.

Addio Piano! – Gloria Massucci

Scritto da Redazione il 29 aprile 2014. Inserito in Cultura

Prima che la luce della bella stagione arrivi a confondere le linee ed a sommergere le cose ed il profilo  del nostro orizzonte in una lattiginosa e sonnolenta letizia, prima che le brume dell’inverno svaniscano del tutto portando via con sé le distonie e le forme alterate del paesaggio, mal celate dalla nebbia o dalle allegre nevicate, prima che il nostro disadattamento visivo alla nuova configurazione di Largo Garibaldi si tramuti in silenziosa abitudine, prima che  il fastidio ed il moto di rivolta si trasformino in passiva rassegnazione, vorrei salutare una parte di Guardiagrele e di noi che non esiste più: il Piano. E non mi interessano le noiose disquisizioni se questo luogo debba chiamarsi ‘largo’ o ‘piazza’ Garibaldi, perché nella memoria collettiva del nostro paese il nome di quel luogo,  l’unico nome evocativo sarà sempre ‘il Piano’. E questo nome antico quanto la memoria dei nostri padri non è casuale, in un borgo arroccato su una collina, un borgo nel quale ogni movimento, ogni corsa infantile, ogni lento ed affaticato incedere dei passi della maturità sono segnati dalla salita e dalla discesa, ‘ammunde e abballe’ , ‘a monte e a valle’, perché Guardiagrele fa da contraltare alla Maiella  che con la sua maestosità ci ha da sempre insegnato l’umiltà dello sguardo, mostrandoci il dominio delle vette e la profondità delle valli. Un paese, il nostro, in cui è fondante l’antinomia tra gli opposti: come il salire si oppone allo scendere, così lo svolgersi del gomitolo dei vicoli angusti si contrappone all’improvvisa apertura delle piazze, dei quadrivi; parimenti l’ombra rassicurante dei cortili e delle case si dilata all’improvviso nella visione luminosa dei panorami, quando a volo d’aquila il nostro sguardo percepisce la curvatura dell’estremo orizzonte in cui riescono a coesistere le vette innevate e le profondità del mare.  (continua)

Guardiagrele nel tempo – Ettore Cristini

Scritto da Redazione il 23 gennaio 2014. Inserito in Cultura

La foto che presentiamo è di una Guardiagrele  diversa da quella a cui siamo abituati, siamo in Piazza Santa Maria Maggiore, si scorge il  Palazzo  Vitacolonna del 700; la Strada Grande, futura Via Roma, è pavimentata in modo diverso, ma soprattutto, sulla sinistra  vi sono costruzioni che oggi non esistono più, perchè per ampliare la piazza vennero eliminate.

Nella seconda foto un nuovo scorcio della Piazza e della Cattedrale: siamo dopo il 1931, quando venne tolto il campanile , ormai pericolante, dopo alcune scosse di terremoto avutesi negli anni precedenti. Togliendo il campanile si riscoprì il basamento originale di forma ottogonale della vecchia costruzione medioevale.

Sulla Chiesa il campanile sparito nel 1931 è stato sostituito da una torre campanaria.

     

Il verbo nel dialetto guardiese – Luciano Vitacolonna

Scritto da Redazione il 22 gennaio 2014. Inserito in Cultura

Nel dialetto guardiese il verbo manifesta delle proprietà e caratteristiche molto interessanti rispetto all’italiano. Va anzitutto precisato che – proprio come nell’italiano standard – esistono tre coniugazioni (I amà, II vëdè, III capì), due generi (transitivo e intransitivo), due diatesi (attiva e passiva, a cui però andrebbe aggiunta la forma riflessiva), due numeri (singolare e plurale) e tre persone. Quanto alla terza persona plurale (ital. essi/esse), la situazione è piuttosto intricata; infatti, invece che al semplice jìssë (più raro il femminile èssë), si preferisce ricorrere o a una costruzione impersonale (ànnë dicë) o a una costruzione ancora più complessa, costituita dal pronome plurale di III persona + la costruzione impersonale, come nel caso “jìssë ànnë dicë ca…” (‘dicono che…’), in relazione al più semplice “jìssë dicë ca…” (‘lui dice che…’). Quanto poi alla forma pronominale impersonale ànnë (di ànnë dicë), essa è forse debitrice al pronome francese on (che a sua volta deriva dal latino homo, ‘uomo’, ‘persona’) e analoga al tedesco man. Pertanto, una struttura come “ànnë dicë ca…” è equivalente al francese “on dit que…” e al tedesco “man sagt, dass…”, che valgono appunto “si dice che…”.

Anche per quanto concerne gli ausiliari la situazione non è semplice, perché la loro scelta e il loro uso non sono né costanti né rigidi. Prendiamo, per es., il passato prossimo in italiano. In linea di massima, se il verbo è transitivo (ossia, se può reggere un complemento oggetto), si usa l’ausiliare ‘avere’ (“ho mangiato una mela”), mentre se il verbo è intransitivo, si usa l’ausiliare ‘essere’ (“sono andato a Roma”). In guardiese, invece, la situazione è più duttile. Infatti, all’enunciato italiano “ho mangiato una mela” possono corrispondere tanto “(më) su magnatë na melë” quanto “(m’) ajë magnatë na melë”; parallelamente, all’enunciato italiano “sono andato a Roma” possono corrispondere tanto “su jìtë a Rromë” quanto “ajë jìtë a Rromë” (la forma Rrome – con la doppia “r” – è dovuta al raddoppiamento fono-sintattico). Se però si ha a che fare con una frase passiva, allora l’impiego dell’ausiliare sarà analogo a quello dello spagnolo o dell’inglese, per cui, ad es., si userà l’ausiliare ‘essere’ al presente o all’imperfetto (“cullù jè/jérë udjatë da tuttë quèndë”, ‘quello lì è/era odiato da tutti’), mentre si userà l’ausiliare ‘avere’ al passato prossimo e al trapassato prossimo (“cullù à/avè štatë vištë da tuttë quèndë”, ‘quello lì è/era stato visto da tutti’).

Il convento dei Padri Cappuccini – Ettore Cristini

Scritto da Redazione il 21 gennaio 2014. Inserito in Cultura

    

Oggi, presento una foto del cinquecentesco convento dei Cappuccini, un vero simbolo del nostro paese.

Sorgeva e sorge all’esterno delle vecchie mura; quindi, fino ai primi del Novecento in aperta campagna.

Davanti al fabbricato c’era uno spazio aperto, che ospitava le fiere in occasione di particolari ricorrenze: fiere di bestiame e di prodotti agricoli. Oggi, al posto del vasto spazio libero, sorge un edificio scolastico.

Delle fiere rimane solo il ricordo nell’espressione ” Porta della Fiera”, che viene ancora data a Porta San Giovanni.


Natale insieme…alla Fondazione San Nicola Greco

Scritto da Fabio Di Cocco il 1 dicembre 2013. Inserito in Cultura, EVENTI, News

Il Presidente della Fondazione S.Nicola Greco - Antonio Altorio

<< Un Natale all’insegna dello stare insieme festoso ma sobrio, cercando di valorizzare al massimo le peculiarità locali.>> – così il presidente della Fondazione San Nicola Greco, Antonio Altorio, riassume il senso delle manifestazioni organizzate per le prossime festività. Quattro appuntamenti nel mese di dicembre che spaziano dall’animazione in piazza per bambini e famiglie il 21, al concerto con la Schola Cantorum “Settimio Zimarino” di Chieti il 22, per continuare il 26 con la Grande Tombola sotto l’Albero in Piazza Santa Maria Maggiore e concludere, il 28, con la Prima Rassegna di dolci natalizi “Dolce Natale Guardiese”. Quest’ultimo appuntamento, in linea con il progetto di valorizzazione delle tipicità del territorio toccato dall’esperienza dei monaci basiliani, ordine al quale apparteneva San Nicola Greco, oltre ad essere un momento di convivialità rappresenta una vera e propria “vetrina – laboratorio” che permetterà ai visitatori della città del ferro battuto di conoscere più da vicino le prelibatezze locali e i dolci della tradizione. 

IL RITORNO DEL “VOLPONI” – Domenica all’Auditorium Comunale

Scritto da Fabio Di Cocco il 15 febbraio 2013. Inserito in Cultura, EVENTI, News

      L’attrice Maria Rosaria D’Orazio 

Il regista DANILO VOLPONI

 Il Teatro del Giardino di Guardiagrele è lieto di annunciare per il giorno 17 febbraio alle ore 18.30 presso l’Auditorium Comunale,  il ritorno sulla scena teatrale abruzzese del regista e attore Danilo Volponi, diplomato negli anni settanta presso l’Accademia di Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma e allievo di Orazio Costa. Negli anni a cavallo tra il 1985 e il 1995 diresse il Laboratorio Teatrale organizzato dal Comune di Guardiagrele e dall’Associazione Amici della Musica e del Teatro.  Impegnato da diversi anni come docente presso il Centro Universitario di Ricerca sul Teatro presso l’Università G. D’Annunzio di Pescara, diretto dal Prof. Luciano Paesani, Volponi torna con una straordinaria regia nello spettacolo “Grandangolo” opera del drammaturgo milanese Alfredo Balducci. Lo spettacolo è un gioco di scatole cinesi, ognuna delle quali, aprendosi, ne contiene un’altra, fino a trovare nell’ultima la verità: una piccola, amara verità di solitudine e di innocenza. Ad interpretare il ruolo della protagonista, Valeria, la giovane promessa del teatro italiano Maria Rosaria D’Orazio, originaria di Bussi (Pe) e già da diversi anni proiettata nel panorama teatrale e cinematografico italiano dopo essersi diplomata presso l’Accademia d’Arte Drammatica P. Sharoff a Roma. Una anteprima nazionale in esclusiva che non mancherà di emozionare e far riflettere sulla condizione della donna in una società, quella del ventunesimo secolo, nella quale è ancora costretta a subire una violenza fisica e psicologica che dovrebbe appartenere, ormai, ad un antico passato. Per l’occasione il Teatro del Giardino ha attivato un numero verde gratuito utile per avere maggiori informazioni sullo spettacolo : 800.864.875 

I cento anni della Società di Mutuo Soccorso “Guardiagrele” di Philadelphia – U.S.A.

Scritto da Fabio Di Cocco il 11 dicembre 2012. Inserito in Amministrazione, Costume e Società, Cultura, EVENTI

Riporto volentieri una nota inviata questa mattina via e-mail dalla delegazione dell’Amministrazione Comunale che, in questo momento, si trova presso la comunità guardiese residente a Philadelphia.

Il 9 dicembre, in un lussuoso ristorante della contea di Philadelpia, Stati uniti, si è svolta la celebrazione del centenario della fondazione della “Società di Mutuo Soccorso di Guardiagrele”. Alla giornata di gala organizzata per celebrare questo importante evento hanno partecipato circa 350 persone, quasi tutte emigranti o discendenti di emigranti originari di Guardiagrele. Purtroppo, molti altri guardiesi residenti in cittadine limitrofe, non sono potuti intervenire a causa della raggiunta capienza del locale (da queste parti non si deroga!). Ospiti di riguardo il Sindaco Sandro Salvi ed il Presidente del Consiglio Comunale, Domenico Simeone, che hanno accolto il cordiale e gradito invito fatto già dalla scorsa estate dal Presidente e dalla Vicepresidente della Società, Victor Di Martino e Teresa Ricciuti. Sin dall’arrivo della delegazione guardiese negli States, il Sindaco ed il Presidente del Consiglio Comunale hanno avuto momenti di incontro e confronto con i concittadini residenti. Non sono mancati, naturalmente, occasioni di convivio durante le quali sono tornati alla mente commoventi ricordi legati a doppio filo con la nostra città. L’entusiasmo che la visita del Primo Cittadino ha suscitato nella comunità guardiese d’oltreoceano è racchiusa nelle parole che il Sindaco stesso ci ha inviato:<< Ci sarebbero volute giornate di 48 ore per accontentare tutti i concittadini che invitavano il Sindaco ed il Presidente a prendere il caffè a casa loro…>>.  Una bellissima esperienza che rafforza il legame dei nostri compaesani con la terra natia e contribuisce a mantenere vivo, nelle nuove generazioni di quelle terre lontane,   il senso di appartenenza ad una comunità, ad una cultura, ad una tradizione che hanno fatto dei guardiesi quel popolo che “porta in alto il segno del leone”. Riportiamo alcune immagini dell’evento.